sabato , 29 aprile 2017
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Web reputation e social media: quanto contano davvero per farsi notare (e scegliere) dalle aziende italiane

Aziende e professionisti sembrano non avere la medesima percezione del mercato del lavoro attuale: le prime sono più ottimiste, i secondi, invece, vedono un futuro grigio.Oltre il 46% delle aziende italiane, infatti, è intenzionato ad ampliare il proprio organico entro l’anno, ma solo il 26% dei professionisti vede profilarsi nuove opportunità di lavoro nei prossimi mesi. 

Il gap si ripropone anche sulle modalità di reclutamento del nuovo personale: se da parte dei professionisti c’è una crescente consapevolezza della propria web reputation e un consolidamento della presenza sui social network come strumento per il personal branding, le aziende italiane in questa fase si dimostrano ancora poco proiettate verso il “social recruiting”.

Il quadro emerge da Salary Guide, l’indagine condotta in Italia da Hays, società di ricerca e selezione di personale specializzata in middle e top management, intervistando 1.600 professionisti e più di 260 responsabili della selezione a livello nazionale.

Secondo lo studio, nonostante il passaparola sia visto ancora dal 70% degli intervistati come lo strumento più efficace per trovare lavoro, cresce l’importanza attribuita al potere dei social network. Il 30,7% dei professionisti, infatti, dichiara di affidarsi proprio ai social per cercare nuove possibilità d’impiego, mentre quasi la metà, il 49%, cerca di costruirsi una web reputation professionalmente vincente attraverso i propri profili online. 

Sul fronte delle aziende, invece, il 55% preferisce non servirsi dei social media in fase di selezione, ritenendo l’analisi dei profili social un’invasione nella privacy del candidato. Chi lo fa, agisce in questo modo principalmente per conoscere meglio il professionista o, nel 22% dei casi, per scoprire possibili incongruenze nelle esperienze lavorative dichiarate nel curriculum vitae. 

Una volta individuato il candidato con le competenze giuste, le aziende sembrano inoltre non prestare troppa attenzione a cosa posta su Facebook o su altri network: l’80%, infatti, dichiara di non avere mai escluso un candidato dopo averne visionato i profili social.

LinkedIn è la piattaforma più utilizzata da aziende e professionisti, seguito da Facebook (33%), Twitter (13,4%) e Google+ (12%), mentre quasi il 20% delle aziende controlla se il candidato gestisce un blog personale.

La web reputation non è, quindi, l’elemento capace di fare la differenza in fase di selezione: le aziende italiane cercando candidati dotati di forte motivazione, capacità di adattarsi e versatilità. Sono queste caratteristiche personali, che vengono definite “soft skill”, quelle ritenute capaci di fare la differenza e di contribuire al successo dell’azienda.

Sul fronte delle “hard skill”, cioè le competenze prettamente professionali, la maggioranza delle imprese punta a candidati con solide conoscenze linguistiche. Oltre all’inglese, oggi è necessario conoscere almeno una terza lingua e le più richieste sono, nell’ordine, iltedesco, il francese e lo spagnolo, mentre crescono di importanza le lingue dei mercati emergenti, come il cinese, il russo e l’arabo. E, nonostante il luogo comune che vede gli italiani poco inclini a imparare idiomi stranieri, il 55% dei professionisti, spinti dalla voglia di avere nuove chance, ha deciso di dedicarsi all’apprendimento di una terza lingua.

Fonte: eventreport.it

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