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venerdì , 23 giugno 2017
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Se aziende e dipendenti conversano online

Una ricerca di Weber Shandwick fotografa i commenti online dei lavoratori: non mancano le critiche, ma prevalgono commenti positivi e identificazione nei brand

C’è chi dice che il social network più potente sia la macchinetta del caffè: è qui che si scambiano informazioni aziendali, ci si confronta sui problemi e, nella migliore delle ipotesi, si iniziano a tracciare delle soluzioni. Ma è anche dove si fa gossip, si critica l’azienda, ci si lamenta dello stipendio e delle logiche dietro le promozioni. Lo si fa con una consapevolezza implicita: i capi non verranno mai a sapere di cosa si è parlato tra un mocaccino e l’altro.

Con i social network, non è che la pausa caffè scompaia: semplicemente, si moltiplicano i luoghi e le modalità di espressione dei lavoratori. Per il management, questo rappresenta non solo un’opportunità di monitorare l’umore dei propri dipendenti, ma anche di intercettare chi potrebbe farsi portavoce dei valori e dei progetti dell’azienda. Se è vero infatti che abbondano gli atteggiamenti disfattisti, non manca chi è orgoglioso del proprio lavoro e lo vuole far sapere, soprattutto online.

A dirlo è l’agenzia di comunicazione Weber Shandwick, che ha condotto un’indagine internazionale su 2.300 persone di età compresa tra i 18 e i 65 anni che operano in imprese con più di 500 dipendenti. Quasi 6 intervistati su 10 (il 56%) hanno affermato di aver difeso la reputazione del proprio datore di lavoro davanti a familiari, amici o al proprio network allargato sul web. Un lavoratore su tre dice di pubblicare talvolta/spesso di propria iniziativa video o messaggi relativi alla sfera professionale sul profilo personale; il 16% ammette di aver scritto commenti negativi; il 14% di essersi pentito di quanto aveva postato.

L’attivismo dei dipendenti è una realtà, afferma la ricerca, dalle molte facce: si va dall’indossare magliette brandizzate nel tempo libero a fare volontariato con i colleghi, dal raccomandare (o sconsigliare) il proprio posto di lavoro all’incoraggiare (o dissuadere) all’acquisto dei prodotti, fino allo schierarsi pubblicamente a favore (o contro) le scelte aziendali. Che queste azioni abbiano il segno più (oppure meno) dipende principalmente dalla presenza (o assenza) di quattro fattori: fiducia in chi guida l’impresa, flussi di comunicazione interna, investimenti in formazione e sviluppo, impegno in termini di corporate social responsibility. Che abbiano una ricaduta più ampia e non si limitino al network offline di ciascun collaboratore, dipende da quanto l’azienda spinga alla condivisione sui social media.

La ricerca cita l’ultimo rapporto trimestrale 2013 di McKinsey secondo il quale “nonostante più dell’80% dei top manager affermino che nelle loro imprese si utilizzano tecnologie sociali, sono poche quelle che hanno capito come usarle in modi che possano avere un impatto su larga scala che sia replicabile e misurabile a livello aziendale”. In Italia sono di fatto ancora numerose le direzioni del personale che impediscono l’accesso a Facebook o a Twitter: a frenarle sono dubbi sulla produttività, sulla sicurezza informatica, su possibili risvolti legali – dallo Statuto dei Lavoratori alla normativa sulla privacy. A livello generale, stanno comunque crescendo gli investimenti in dispositivi aziendali e formazione che permettano di fare leva sull’attivismo positivo o di gestire al meglio quello negativo. Evitando così danni reputazionali come quelli causati lo scorso autunno quando una newsmaker ha dato le dimissioni con un video pubblicato su YouTube e molto critico nei confronti della redazione e dei superiori: ad oggi ha raccolto oltre 18 milioni di visualizzazioni e 20mila commenti.

Fonte: wired.it

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